Pierre Loti e l’India Sacra: Pellegrinaggio d’Inchiostro sulle Acque Eterne di Benares
La penna di Pierre Loti, marinaio errante tra i mari e le pagine, fu spesso calamitata dall’Oriente, da quel mistero che si annida oltre i confini conosciuti. Ma fu forse l’India, nella sua vertiginosa sacralità, a rappresentare la sfida più profonda per il suo animo romantico e inquieto. E tra le pieghe di questa terra immensa, la città di Benares – Varanasi, Kashi, la “Luce del Mondo” – emerge come un faro ipnotico, un luogo che non si visita, ma si subisce, si respira, si vive in un perpetuo stato di stupore sacro. È qui, sulle rive del Gange, che il viaggio esteriore di Loti si fa pellegrinaggio interiore, e la sua letteratura diventa un vascello fragile che naviga le acque torbide e divine della spiritualità indiana.
Lo Sguardo dello Straniero nel Cuore del Mistero: Loti giunge a Benares come un osservatore acuto, vestito forse ancora mentalmente del suo smoking da salotto parigino, ma con l’animo già scalzato dalle premure del viaggio. La sua prosa, intrisa di un lirismo malinconico e sensuale, cerca di catturare l’inafferrabile. Descrive il caos: la folla policroma che si riversa sui ghat, le grida dei venditori, il clangore delle campanelle, il profumo pungente di sandalo, incenso e fiori appassiti mescolato all’odore della vita e della morte. Ma è un caos che nasconde un ordine cosmico antico, un ritmo che Loti percepisce con la pelle più che con la ragione. Il suo sguardo, da occidentale, vacilla tra fascinazione e sgomento, tra la tentazione dell’esotismo pittoresco e il riconoscimento istintivo di trovarsi di fronte a qualcosa di profondamente, terribilmente vero.
Il Fiume Madre: Sangue, Cenere e Acqua
Ciò che colpisce e scuote maggiormente l’immaginazione di Loti è il Gange stesso, il fiume Madre (Ma Ganga). Per il marinaio abituato all’oceano aperto e alle rigide gerarchie delle navi, il Gange a Benares è un’entità caotica e sacra, una vera e propria arteria vitale. Lo descrive come un luogo dove il ciclo completo dell’esistenza umana si manifesta in pochi metri: l’acqua viene usata per bere, per lavarsi, per pregare e, infine, per disperdere le ceneri dei defunti.
Loti osserva la cerimonia sui ghat con un misto di rispetto e orrore estetico. È un testimone della totale fusione tra vita e morte, un concetto alieno alla visione occidentale, che tende a segregare la mortalità. La visione dei corpi che bruciano incessantemente sul Manikarnika Ghat, descritta con una penna che non indietreggia di fronte al macabro, lo porta a confrontarsi con l’unica certezza universale: la transitorietà. Non è un belvedere per il turista in cerca di pittoresco, ma una scuola di filosofia a cielo aperto.
Il Lirismo della Decadenza e il Fascino dell’Eternità
La prosa di Loti è permeata dalla malinconia tipica del tardo Romanticismo, ma a Benares questa tristezza trova un contrappeso: l’eternità. Egli è affascinato dalla decadenza degli antichi palazzi che si affacciano sui ghat, da quei muri che affondano lentamente nell’acqua, trasformandosi in una rovina gloriosa. Questa rovina non è segno di oblio, bensì di un tempo che è così vasto da non curarsi delle strutture umane.
Varanasi, per Loti, è il simbolo di un’India che vive “nella sua religione come il pesce nell’acqua”, dove la fede non è un esercizio domenicale, ma l’aria stessa che si respira. La città, con i suoi sadhus ricoperti di cenere, i suoi canti e i suoi riti ininterrotti, rappresenta l’ultima roccaforte di un mistero che l’Occidente, con la sua scienza e il suo materialismo, non potrà mai del tutto decifrare. Il suo resoconto non è solo un reportage di viaggio, ma il testamento di un’anima europea che, pur non potendo abbracciare la fede indù, riconosce in essa una verità cosmica ineludibile. Il suo lascito letterario è quello di aver fissato Benares nell’immaginario europeo come la città dove l’anima va a morire per rinascere, un faro di spiritualità esotica e immutabile.