Il Misticismo Induista nel Cinema Contemporaneo: Pellicole sull’Acque Eterne di Benares
Benares, Varanasi, Kashi: città dai mille nomi e dall’unica, abissale essenza. Essa sorge sulle rive del Gange non come semplice agglomerato di pietra, ma come un immenso mandala tracciato sull’acqua, un vortice di fede dove il tempo si dissolve nel respiro di Shiva. È qui, in questo crogiolo di vita, morte e incessante rinnovamento, che il misticismo induista trova la sua espressione più viscerale, un teatro cosmico le cui luci riverberano, in modi sorprendenti e sottili, nelle pellicole del cinema contemporaneo. Come un moderno Pierre Loti in cerca non di esotismo ma di eco, l’occhio della camera si immerge in questo flusso, tentando di catturare l’inafferrabile.
Il Gange come Pellicola: Scorrere dell’Eterno sullo Schermo. Il fiume sacro, madre e sepoltura, è l’archetipo visivo su cui il cinema si posa con più insistenza. Le sue acque opaline, solcate da barche che sembrano ritagliate da miniature antiche, non sono un semplice sfondo. Diventano la pellicola stessa su cui si imprimono le storie. Pensiamo alla lente contemplativa di un Ron Fricke in “Baraka” o “Samsara”: panoramiche lente sui ghat all’alba, dove il fumo delle pire si confonde con la nebbia mattutina, corpi che si immergono in un rito senza tempo. Non c’è dialogo, solo il sussurro del fiume e il canto dei mantra sottotraccia. È un cinema che rifiuta la narrazione convenzionale per abbracciare la meditazione visiva, trasformando l’atto di guardare in un’esperienza quasi trascendentale, che rispecchia la natura ciclica e priva di inizio/fine della dottrina induista.
L’Occhio del Dramma: I Ghat come Palcoscenico Morale. Oltre l’approccio documentaristico-meditativo, Varanasi ha fornito lo sfondo a drammi narrativi che usano la sua spiritualità per esplorare dilemmi umani universali. Pellicole indiane, come “Masaan” (tradotto in Italia come “Viaggio verso la madre”) di Neeraj Ghaywan, ne sono un esempio lampante. Qui, i ghat delle cremazioni non sono solo un elemento scenografico, ma un personaggio muto e implacabile.
Il film segue le vite intrecciate di personaggi che lottano contro le rigide gerarchie sociali e il destino, con il fumo di Manikarnika Ghat che aleggia costantemente come promemoria della mortalità e della speranza di moksha (liberazione). Il misticismo induista viene qui spogliato di ogni esotismo e presentato nella sua funzione sociale: la fede come unica ancora di salvezza in un contesto di povertà e ingiustizia. Il cinema non cerca più il pittoresco, ma la verità emotiva radicata nel sacro.
Luci e Ombre dei Vicoli: Il Viaggio Interiorizzato. La macchina da presa si addentra anche nei labirintici galis di Kashi. Questi vicoli stretti, percorsi da mucche, venditori e pellegrini, simboleggiano il percorso interiore del credente, un viaggio tortuoso che culmina nel darshan (la visione sacra) di un tempio. Le luci soffuse, le ombre drammatiche e i suoni compressi dei vicoli replicano l’esperienza di smarrimento e rivelazione.
In definitiva, il cinema contemporaneo che tocca Varanasi funge da ponte tra la pratica spirituale e l’osservazione estetica. La città non è una cartolina, ma un potente generatore di metafore. Attraverso l’uso sapiente della luce, del suono (i mantra, il Gange) e della coreografia umana sui ghat, il regista trasforma la città in un catalizzatore per la riflessione sul tempo, sulla morte e sul significato ultimo dell’esistenza, offrendo al pubblico occidentale non una lezione di induismo, ma una profonda esperienza meditativa